O₂ – Ossigeno
In “O₂ – Ossigeno”, il corpo dell’artista si fonde con la cicatrice di un albero abbattuto. Una ferita condivisa: la pelle di Mette si intreccia alla corteccia lacerata, il braccio si estende lungo una radice amputata, come a cercare un ultimo respiro tra ciò che resta di un bosco e ciò che lo ha annientato. È un’immagine di fusione e di dolore, ma anche di ascolto profondo: l’artista sembra voler sentire l’ultimo battito del legno, respirare con lui, assorbirne l’agonia.
La performance si muove tra gesto e denuncia. Parla del disboscamento feroce che colpisce foreste intere — dall’Amazzonia al Mediterraneo — e degli incendi che consumano le aree verdi lasciando desolazione e cenere. Il corpo nudo, vulnerabile, si fa strumento di empatia e resistenza, incarnando la sofferenza degli alberi mutilati e la nostra dipendenza vitale dall’ossigeno che essi ci donano.
Ma non è solo l’atto del taglio o del fuoco ad essere evocato. C’è anche il cemento: simbolo di una modernità cieca che copre le radici della terra per edificare un presente senza respiro.
O₂ è allora un grido silenzioso ma potente: un invito a piantare, a ripristinare, a respirare insieme alla natura. A riscoprire un senso di responsabilità collettiva verso gli alberi — i nostri veri polmoni — e a non lasciare che l’aria diventi un lusso perduto.













































