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BENTU ESTU

Performance/Azione
4 agosto 2025
Su Nuraxi Barumini
A cura di: Pedro Rocha

Da molto tempo la performance art rappresenta uno strumento di
provocazione, una forma d’arte che si è sviluppata attorno alla forza
espressiva di un corpo nello spazio, stravolgendo le regole dell’ordinario per
rivelare verità più profonde, sia di natura etica che politica.
La performance di Nicola Mette intitolata “Bentu Estu”, espressione in sardo
che si riferisce al Maestrale vento potente e impetuoso.
Ambientata sullo sfondo dell’area archeologica Su Nuraxi a Barumini,
patrimonio UNESCO portata alla luce dall’archeologo Giovanni Lilliu nel corso
degli anni 40-50 del novecento, la performance di Mette è un lamento per i
paesaggi fratturati dall’inarrestabile avanzata della cosiddetta energia “verde”.
Il titolo Bentu Estu evoca il mito di Eolo, il dio greco dei venti che fece dono
all’umanità della forza dell’aria, ma nel contempo la utilizzò anche per punirla.
Nell’Odissea di Omero, Eolo affidò a Ulisse un otre contenente dei venti,
affinché lo conducessero a casa, ma a causa della loro avidità, gli uomini del
suo equipaggio li liberarono, scatenando una tempesta che fece naufragare le
loro speranze. L’opera di Mette per alcuni aspetti rievoca questo antico
monito: il vento, un tempo forza della natura legato alla sopravvivenza, è
diventato un ulteriore strumento di sfruttamento. Le alte turbine, sebbene
presentate come simbolo di progresso, sono anche causa di rottura, in quanto
spezzano la linea dell’orizzonte, violano territori sacri e ridisegnano la mappa
della Sardegna, incuranti del suo patrimonio archeologico e culturale.
Un gruppo di volontari si posizioneranno a fianco all’area archeologica “Su
Nuraxi”, nudi e indifesi. I loro corpi saranno dipinti di bianco, a simboleggiare
gigantesche pale eoliche, con le braccia tese come lame. Tuttavia, la
similitudine sarà stravolta da striature di colore rosso, a suggerire le ferite, le
amputazioni e la violenza causate dai confini imposti. Il rosso evoca il nastro
che delimita la terra, bloccandone l’accesso, e trasformando il territorio da
bene pubblico a proprietà privata delle società.
I performer si trasformeranno sia in monumenti che in vittime, e i loro corpi
rappresenteranno le strutture che deturpano il territorio che cercano di
proteggere.
I Futuristi italiani, pionieri della performance art, un tempo esaltavano il rombo
dei motori, la velocità dell’industria e la distruzione del passato in nome del
nuovo. Il Manifesto Futurista di Marinetti (1909) dichiara guerra alla tradizione,
celebrando la “bellezza della velocità” e la “vittoria dell’uomo sulla natura”. Un
secolo più tardi, l’opera di Mette si pone in contrapposizione rispetto a tale
acritica esaltazione del progresso. Laddove i Futuristi vedevano emancipazione
nella macchina, Bentu Estu ne pone in evidenza i costi, non solo in termini di
rispetto dell’ambiente, ma anche esistenziali. Il quesito di fondo della
performance è: che cosa si perde quando il progresso si misura esclusivamente
in megawatt, quando il paesaggio è considerato alla stregua di un contenitore
vuoto anziché un archivio vivente? Lo spazio pubblico non esiste a priori: si
crea attraverso l’azione, la presenza collettiva. La performance art, soprattutto
quando si svolge nei luoghi oggetto di contestazione, non si limita a occupare
dello spazio, bensì lo rende pubblico.
L’intervento di Mette a Su Nuraxi è un atto di riappropriazione, un modo per
affermare che la terra non è solo una risorsa; essa è luogo di memoria,
appartenenza e conflitto. Il fatto di presentarsi nudi, indifesi e con il corpo
dipinto trasforma lo spazio archeologico, solitamente percepito come statico e
distante, in un luogo di resistenza politica e poetica. In un luogo simbolo della
civiltà nuragica, la presenza dei corpi nudi richiama l’urgenza di opporsi a
nuove forme di colonizzazione paesaggistica, mascherate da progresso e
sostenibilità. Le performance che avvengono in luoghi pubblici si collocano tra
il teatro e la protesta, tra il simbolico e il letterale. Si generano attriti,
costringendo gli spettatori a confrontarsi con ciò che l’abitudine ha reso
invisibile. Inserendo il corpo, fragile e transitorio, all’interno delle rigide
architetture del potere e della storia, Mette pone in evidenza l’assurdità del
concetto di trattare il territorio come una tela bianca. Il corpo dei performer
diventa esso stesso architettura, monumento effimero di ciò che rischia di
essere cancellato.
La performance art non si limita a rappresentare la realtà: la inscena, creando
esperienze di natura emotiva che permangono a lungo ben oltre la presenza
dei corpi. Bentu Estu non costituisce una critica passiva, bensì incarna una
forma di critica, è un severo monito del fatto che l’estrazione di energia non è
mai neutrale, ma implica sempre la questione di chi sia a pagarne il prezzo. I
corpi dipinti di bianco e striati di rosso, forieri di un possibile futuro e testimoni
del presente, costituiscono un’immagine spettrale e potente.
In un’epoca in cui si celebra l’”energia verde” in modo spesso acritico, l’opera
di Mette pone in discussione l’intera narrativa, sollevando la questione: a quale
prezzo? E per chi? Le turbine eoliche, che girano incessantemente, potrebbero
essere la promessa di un futuro più pulito, tuttavia Bentu Estu ci ricorda che il
progresso non avviene mai senza un costo. La terra lo ricorda. Il corpo lo
ricorda. E la performance art, sebbene in modo transitorio eppur indelebile, fa
in modo che lo ricordiamo anche noi.
Con Bentu Estu, Nicola Mette non si limita a protestare: evoca. Richiama i venti
presenti nella mitologia e nella storia, facendo vibrare la nostra coscienza
collettiva. La performance è un momento magico, un monito, un invito a
vedere il paesaggio non come risorsa da sfruttare, bensì come corpo vivente e
patrimonio culturale.
Pedro Rocha

 

 

Performance/Azione
4 agosto 2025
Su Nuraxi Barumini
A cura di: Pedro M. Rocha

Performance art has long been a medium of provocation, an art form that has thrived
on the raw presence of the body in the space, disrupting the ordinary to reveal
deeper ethical and political truths. Nicola Mette’s performance is titled Bentu Estu —
a Sardinian phrase evoking the Mistral, a powerful and rough wind.
Set against the backdrop of the Su Nuraxi archaeological area in Barumini, a
UNESCO World Heritage Site brought to light by archaeologist Giovanni Lilliu in the
40’s and 50’s of the twentieth century, Mette’s performance is a lament for
landscapes fractured by the relentless march of so-called “green” industrialization.
The title Bentu Estu summons the myth of Aeolus, the Greek god of winds, who both
gifted and punished humanity with the power of air. In Homer’s Odyssey, Aeolus
entrusts Odysseus with a bag of winds to guide him home—only for his crew’s greed
to undo them, unleashing a storm that dashes their hopes against the rocks. There is
something of this ancient warning in Mette’s work: the wind, once a natural force
harnessed for survival, has become another tool of exploitation. The towering
turbines, though framed as symbols of progress, are also instruments of
severance—cutting through horizons, disrupting sacred geographies, and redrawing
the map of Sardinia with little regard for its archaeological and cultural patrimony.
A group of volunteers stand naked and vulnerable next to the “Su Nuraxi”
archaeological site, their bodies painted white like the giant wind mills, their arms
outstretched like blades. But this mirroring is ruptured by streaks of red—suggesting
wounds, amputations, the violence of imposed boundaries. The red evokes the
caution tape that cordons off land, restricting access, marking territory as no longer
communal but corporate.
The performers become both monuments and casualties, their bodies referencing
the very structures that disfigure the land they seek to protect.
The Italian Futurists, pioneers of performance art, once exalted the roar of engines,
the speed of industry, the destruction of the old in service of the new. Marinetti’s
Futurist Manifesto (1909) declared war on tradition, celebrating the “beauty of speed”
and the “victory of man over nature.” A century later, Mette’s work stands as a
counterpoint to this uncritical embrace of progress. Where the Futurists saw
liberation in machinery, Bentu Estu points towards its costs—not just ecological, but
existential. The performance asks: What is lost when progress is measured only in
megawatts, when landscapes are treated as empty vessels rather than living
archives?
Public space does not exist a priori—it is made through action, through collective
presence. Performance art, especially when staged in contested sites, does not
merely occupy space; it constitutes it as public.
Mette’s intervention at the Su Nuraxi site is a reclamation, a way of saying: This land
is not just a resource; it is a site of memory, of belonging, of conflict. The act of
appearing there—naked, vulnerable, marked—transforms the archaeological area,
normally regarded as suspended in the past and distant, into a stage for political and
poetic resistance. Set against the backdrop of a site representative of the Nuragic
civilisation, the naked bodies stand as a stark reminder of the urgent need to resist
new forms of landscape colonisation—those that disguise themselves as progress
and sustainability. Performance art in the public sphere operates in the interval
between theater and protest, between the symbolic and the literal. It generates
friction, forcing viewers to confront what habit renders invisible. By inserting the
body—fragile, transient—into the rigid architectures of power and history, Mette
underscores the absurdity of treating land as a blank slate. The performers’ bodies
become architectures themselves, temporary monuments to what is being erased.
Performance art does not just represent reality; it enacts it, creating affective
experiences that linger long after the bodies have left the stage. Bentu Estu is not a
passive critique but an embodied one, a visceral reminder that energy extraction is
never neutral—it is always a question of who pays the price. The white-painted
bodies, marked with red, are both spectral and immediate, ghosts of a possible
future and witnesses of the present.
In a time when “green energy” is often uncritically celebrated, Mette’s work
complicates the narrative. It asks: At what cost? And for whom? The wind turbines,
spinning endlessly, may promise a cleaner future, but Bentu Estu reminds us that no
progress is innocent. The land remembers. The body remembers. And performance
art, in its fleeting yet indelible way, ensures that we do too.
Through Bentu Estu, Nicola Mette does not just protest—he conjures. He summons
the winds of myth and history, letting them howl through the gaps in our collective
conscience. The performance is a spell, a warning, a call to see the landscape not
as a resource to be mined, but as a living body and a cultural patrimony.
Pedro Rocha